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PROGETTO STUDENTI: "Amarsi per amare"
Seminario “Amarsi per amare…”, per gli studenti, tenuto dalla Dott.ssa Raffagnino. Il Seminario prevede anche la partecipazione dei docenti, per affrontare insieme ai ragazzi il tema dell'affettività. L'affettività è una dimensione essenziale della nostra vita, spesso dimenticata o declassata ad aspetto marginale soprattutto oggigiorno in una società che privilegia la visibilità, l'apparire, le capacità di soluzione dei problemi, la competitività, l'arrivismo. È sempre più difficile star bene con se stessi e con gli altri, amarsi ed amare, sentire e vivere pienamente le proprie esperienze e saper trarre da esse l’ apprendimento utile per crescere e per non farsi mai sopraffare dagli eventi della vita. L'adolescenza in particolare, per le sue caratteristiche di periodo evolutivo di transizione e di cambiamento, appare particolarmente a rischio per un mancato riconoscimento della centralità dell'affettività. Per questo è importante aiutare i nostri giovani a non perdere di vista questa dimensione della vita, a riconoscerla, apprezzarla, coltivarla nel modo giusto per crescere in modo sereno con se stessi e con gli altri.
Lavorare sull'affettività significa ascoltare se stessi, conoscersi, apprezzare i propri pregi e saper valutare i propri difetti, sviluppando così un'equilibrata autostima; significa prendersi cura di sé, sapersi misurare con le trasformazioni ed i cambiamenti che riguardano la propria identità; significa anche ascoltare l'altro, imparare a conoscerlo e non aver paura della sua diversità; significa inoltre saper comunicare in modo chiaro, imparare il lessico delle emozioni e riuscire a costruire relazioni serene con gli altri: in altre parole diventare protagonisti del proprio star bene.
Gli obiettivi del seminario sono:
sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e delle dinamiche affettive e relazionali; acquisire una maggiore fiducia nel dialogo interpersonale, come modalità per affrontare difficoltà e problemi.
SEMINARI SULL’AFFETTIVITA’
29 ottobre 2010
10 dicembre 2010
11 dicembre 2010
INTRODUZIONE
Il modello scolastico tradizionale propone una relazione fra ragazzi e insegnanti fondata sui contenuti da imparare. L’insegnamento è affidato alle naturali capacità relazionali insieme a quelle professionali dell’insegnante, in un contesto in cui spazi, tempi e ruoli sono definiti istituzionalmente. L’apprendimento è delegato agli allievi, alle loro risorse, motivazionali, psicologiche, culturali.
Negare i processi affettivi che sorgono durante la relazione nell’apprendimento ha una ricaduta sull’insegnamento, rendendo impossibile riconoscere i motivi degli insuccessi e dei successi scolastici, affidando la responsabilità di questi solo agli allievi. La scuola ha dunque il compito, per poter svolgere al meglio il proprio ruolo, di comprendere il mondo dei ragazzi, il loro universo affettivo; perché non esiste scuola senza relazioni e non esiste relazione che non comporti un’affettività.
Se dunque alla base della scuola stanno le relazioni, diventa indispensabile per costruire tali relazioni saper ascoltare e saper comunicare l’affettività che esse comportano.
Sembra che parlarsi e dialogare sia un processo scontato, ma sempre più spesso scopriamo che si tratta di una pseudo comunicazione. Una comunicazione di sostanza va costruita con pazienza nel tempo e soprattutto deve nascere da una necessità. Per poter condividere i nostri pensieri con altri occorre sentirne il bisogno. Talvolta sembra che gli adolescenti non avvertano questa necessità. Ecco che spesso fuggono, si nascondono. Ma è evidente che lo fanno per essere cercati e trovati, a volte invece hanno reale necessità di stare da soli, avvertendo come pesante la troppa vicinanza dell’adulto.
Educatori e genitori devono imparare a comunicare in modo efficace con i loro ragazzi, anche quando sembra una partita persa, anche quando sembra che non ci sia nulla da fare. Attraverso una ricostruzione della storia del ragazzo, delle relazioni in famiglia, a casa, con i pari, paziente e condivisa, è possibile ottenere molto più di quanto si immagini. Il problema si pone quando noi adulti non riusciamo a trovare un equilibrio tra coinvolgimento e distanza, tra affettività e razionalità, rischiando spesso di escludere una delle due dimensioni.
Questa è l’urgenza avvertita dall’Istituto, la scuola deve porsi come compito fondamentale quello di riuscire ad instaurare una comunicazione vera, che tenga conto di disponibilità e incontro con l’altro, aiutando e incoraggiando l’allievo attraverso un ascolto attivo ed una relazione empatica. Consapevole della difficoltà a creare tale comunicazione empatica, per tutti quegli atteggiamenti difensivi e di chiusura che l’adolescente mette in atto, troppo spesso ignorati o sottovalutati, l’istituto Carducci ha chiesto l’aiuto e la collaborazione di una professionista del settore, la dott.ssa Raffagnino. A tal fine sono stati organizzati alcuni incontri con lo scopo di facilitare in docenti, discenti e famiglie la comunicazione affettiva. Che non è fatta solo di sentimenti, ma di umori, emozioni, ricordi ecc. Ma per poter comunicare la propria affettività, occorre prima conoscerla, comunicarcela, incontrare l’aspetto più profondo del nostro io. Tali incontri attraverso esperienze condivise si propongono di facilitare l’incontro tra adolescenti educatori e genitori.
29 ottobre 2010 SEMINARIO SULL’AFFETTIVITA’ parte prima
Gli alfabeti dell’affettività
Aiutare i ragazzi ad esprimere la propria affettività, questo è lo scopo dell’incontro di oggi. Ma qual è il significato del termine affettività? Viviamo di essa, ne siamo coinvolti, ma ogni volta che cerchiamo di parlarne la concettualizziamo, mettiamo in atto un processo cognitivo che necessariamente ci allontana dal nostro sentire il mondo. Mi vengono in mente quei musei di un tempo, non quelli interattivi di oggi, quei musei che rappresentavano la vita, ma il messaggio che ci arrivava era quello di una vita stilizzata, racchiusa in forme, una vita morta insomma.
Ecco mettere insieme 50 adolescenti e chiedere loro di parlare di affettività ha creato una iniziale atmosfera da museo: sguardi perplessi, imbarazzo ,lunghi silenzi.
Non erano però silenzi muti. Erano silenzi che rivendicavano il diritto dell’affettività, quella vera, di essere sentita e non concettualizzata. Ancora una volta due mondi, Noi e Loro. Noi con una gran voglia di capire, Loro con una gran voglia di sentire. Pochi gli interventi della prima parte del seminario, e tutti relativi alla vita amorosa, al rapporto di coppia. Il resto sguardi. La perplessità di noi docenti, ci domandiamo: perché? Noi sappiamo quanto ricco sia il loro universo affettivo, certo non ne conosciamo i contenuti, ma quotidianamente ci scontriamo con le loro rabbie, le loro resistenze, ammiriamo la loro capacità di essere amici, di amare, di sognare, ci mettiamo in discussione di fronte al loro modo di sentire tanto diverso dal nostro.
Seconda parte del seminario. I due universi si uniscono. Ci avviciniamo reciprocamente, diviene possibile sentire e capire, comprendere ed esprimere. Basta un foglio bianco, alcuni pennarelli colorati e non usare la voce. Tutti, studenti e docenti comunichiamo la nostra affettività a chi abbiamo davanti.
Chi scrive è ben felice. Partecipo volentieri, un sentire divertito si diffonde nella stanza. Approdiamo sul pianeta senza parole. Arriva il momento cruciale: riempire il foglio bianco. Afferro i pennarelli rimasti sul tavolo, istintivamente rappresento delle linee ondulate che da me si dirigono nella direzione delle colleghe, con la mente urlo silenziosamente: “ecco questo è il mio sentire voi, vi accolgo”. Disegno anche qualche cuore qua e là. Sono consapevole degli esiti dei gesti compiuti. L’attività esterna è specchio dell’attività interna. Mentre uso i pennarelli mi sfiora un leggero pudore, ma lo supero. E poi rido, è una situazione buffa, uno studente ci guarda, rimane stupito del nostro partecipare tanto volentieri a questa strana cosa. Siamo vicini, uniti in un fare condiviso. Ecco abbiamo comunicato la nostra affettività usando dei pennarelli.
Fase successiva, i gesti diventano parole. Proviamo a dar voce a ciò che abbiamo disegnato. Non siamo noi a parlare, sono i nostri disegni. Adesso sì che diviene possibile comunicare. Un universo di emozioni, sentimenti, paure, emerge da quei segni. È la nostra storia che si palesa. E si manifesta in un contesto forte, quello scolastico in una situazione tradizionalmente non scolastica. Le nostre dimensioni affettive si intrecciano favorendo una comprensione reciproca. È un’esperienza di alienazione e di riconoscimento, di universalità e insieme di singolarità, di dare e di ricevere. Insieme abbiamo costruito e condiviso, abbiamo preso coscienza del nostro universo affettivo. Non è un percorso facile, non lo è per gli adulti né per i ragazzi. A qualcuno sfugge il senso di un’attività del genere, ma i più sono coinvolti. Emerge il grande bisogno di noi tutti di comunicare. Lo facciamo sempre meno purtroppo, e lo facciamo sempre meno con chi amiamo, quasi disabituandoci all’incontro. Ma la ricchezza dei nostri sentimenti è enorme, è emerso oggi.
Chiunque lavora nella scuola si dovrebbero ricordare che essa è un luogo di vita, di relazioni, sulle quali è possibile lavorare serenamente e in modo costruttivo. Saper ascoltare e saper comunicare ciò che sentiamo è il primo requisito del vivere sociale, ed è condizione necessaria dalla consapevolezza che l’altro esiste.
10-11 dicembre 2010 SEMINARIO SULL’AFFETTIVITA’ parte seconda
Ascoltarsi per ascoltare
Venerdì 10 dicembre gli studenti dell’Istituto Carducci partecipano al secondo incontro sull’affettività coordinato dalla dott.ssa Raffagnino. Noi docenti, convinti di conoscere profondamente noi stessi e i nostri ragazzi, ci scontriamo con aspetti del loro e del nostro mondo, inesplorati, inattesi. Lo scopo dell’incontro è quello di abituare i ragazzi ad ascoltarsi, ad accogliersi, a sentire il loro io più profondo, per poi essere in grado di accogliere l’altro.
Disinformazione, approssimazione, ma anche scarsa considerazione e conoscenza di se stessi, inducono i ragazzi a vivere l’affettività superficialmente, talvolta identificandola esclusivamente con la sessualità, intesa solo come ricerca del piacere, come se le relazioni significative fossero regolate solo da tale ricerca.
Ma affettività non è solo questo, l’uomo sente le cose che fa, ne è coinvolto, perché è intriso di sentimenti, emozioni, umori e tutto questo universo deve essere conosciuto e integrato con l’intelligenza e la volontà. Solo in tal modo l’individuo può essere pienamente se stesso.
Può la scuola far qualcosa nell’ambito della formazione della vita affettiva? Il primo passo è sbloccare il canale corporeo dall’esperienza delle emozioni. Questo è il tema della giornata.
Il tentativo di ascoltarsi, attraverso la musica e attraverso il silenzio è un’impresa che si rivela difficoltosa, a tratti imbarazzante, per alcuni impossibile. Chi scrive prova ad ascoltare se stessa ad occhi chiusi, poi sempre ad occhi chiusi prova a sentire chi le sta di fronte. La vista è tacitata, ma l’udito è ancor più sensibile. Risatine e commenti sottovoce, sono amplificati dal silenzio richiesto.
Lo status di docente non mi abbandona, questo mi blocca, penso: “chissà che risate si faranno i ragazzi a vedermi ad occhi chiusi!, è vero che anche loro dovrebbero essere nelle mie condizioni, ma non mi fido, sono sicura che ci sarà chi è ad occhi aperti a spiare le nostre strane espressioni!”. Ma dopo qualche secondo mi abbandono a me stessa, mi sento, sento il sangue fluire, le mani, le gambe, la bocca, sento il mio corpo! In seguito attraverso il contato con chi mi sta di fronte, sento anche lei, e comunichiamo il nostro stato d’animo: fiducia, vicinanza, ascolto, impegno; in una parola cerco di comunicare il mio esserci e di cogliere l’essere della persona che mi sta di fronte. Per quanto mi riguarda l’esperimento mi sembra riuscito.
Osservo i ragazzi, molti lamentano di non aver sentito niente, altri invece sostengono di averci provato, altri rimangono in silenzio. Avverto nella stanza sorpresa, curiosità, ricerca di senso. Ciò che abbiamo fatto per loro, e non solo, è una novità di cui sfugge inizialmente il senso, un significato che deve essere costruito insieme.
La seconda attività richiede di rappresentare con le parole o graficamente un brano di musica classica. Colgo una maggiore partecipazione, la musica aiuta la concentrazione più del silenzio. Troppo silenzio disturba, talvolta si dimostra talmente pesante da non essere sopportato. Attraverso la musica le emozioni diventano parole nel mio caso, o disegni nel caso di altri, comunque tutti hanno costruito qualcosa. La parte finale prevede un lavoro collettivo di costruzione di una storia, ricavata dalle storie costruite singolarmente. Ancora una volta cerchiamo di dare un senso alle relazioni solo dopo averlo dato a noi stessi. La costruzione condivisa di ciò che siamo singolarmente.
La dott.ssa Raffagnino ha poi invitato tutti noi ad esprimere con una parole il vissuto di questa giornata e a portarlo con noi a casa. Ricordo alcuni termini: vita, bellezza, dubbio, relazione, sincerità, curiosità, passo. Ognuno porterà a casa con sé questa parola, compreso il “passo”
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