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SEMINARIO DIPENDENZE E LIBERTA'

Le dipendenze tecnologiche (Scarica la presentazione. Relatori: Prof. Angela Dami Dott.ssa Rosalba Raffagnino)

Vivere la scuola o teorizzare la vita?

Diario di una giornata scolastica diversa ma non troppo
Venerdì 26 marzo 2010

L’anno scolastico in corso ha visto gli studenti dell’Istituto Carducci protagonisti di importanti iniziative educative.
La costruzione di percorsi extradidattci, ha coinvolto alunni e docenti mobilitando energie, interessi e tanto entusiasmo. La proposta dell’incontro di questa giornata nasce dagli alunni stessi, particolarmente coinvolti e sensibili sull’argomento: le dipendenze ed il rapporto tra dipendenze e giovani.
La sfida dell’Istituto nasce dal desiderio di applicare nella pratica scolastica quel principio della continuità orizzontale, tanto teorizzato nei manuali di pedagogia e di didattica. 
Il problema della continuità orizzontale, pur essendo tra gli argomenti più dibattuti negli ultimi anni, continua a rimanere uno dei nodi irrisolti della nostra scuola. Anzi è proprio la discontinuità una delle disfunzioni più patologiche del nostro sistema scolastico. Il concetto di continuità, appare  ancora un concetto disatteso nei fatti, pur essendo ormai acquisito a livello formale.
L’interazione scuola-extrascuola, si basa sulla logica della collaborazione, del confronto continuo, della circolarità delle informazioni, in entrata e in uscita; essa è vitale per gli studenti di tutte le età dai piccoli agli adolescenti poiché ognuno di essi quando varca l’ingresso della scuola reca con sé un vissuto che lo qualifica come studente, come soggetto, come giovane uomo o bambino. Ignorare tutto questo significa non attribuire alla scuola la funzione formativa che le è propria.
Non è semplice.
Gli addetti ai lavori hanno a che fare con programmi ministeriali, spesso disancorati a interessi reali degli studenti, tempi rigidamente scanditi, orari, ecc. Anzi, la scuola nell’immaginario comune è solo questo, e spesso quando prova ad andare anche in altre direzioni incontra la resistenza degli studenti stessi, per i quali la scuola rappresenta la teoria, le regole, la fatica; ma la vita vera è quella fuori.
Chi lavora in questo complicato ambiente però sa quanto la vita di ogni studente, come di ognuno di noi, non è data dalla qualità delle singole esperienze in sé, quanto invece, dalla qualità delle relazioni e delle interconnessioni che ciascuno è capace di attivare tra i vari elementi della sua esistenza.
L’identità individuale si forma grazie alle relazioni con il mondo.
Nel lontano 1907 Decroly  descriveva lo scopo della sua scuola, come “educare per la vita attraverso la vita” . Nel nostro piccolo, noi dell’Istituto Carducci, abbiamo cercato di applicare almeno in parte il motto di Decroly.
Presente all’incontro sulle dipendenze la psicologa, dott.ssa Raffagnino, tale presenza ha da una parte valorizzato e ancor più legittimato tale incontro, dall’altra ha creato tra gli studenti curiosità e attesa.
Chi scrive è la prof. di filosofia, che forte della sua convinzione che a scuola c’è sempre un Noi e un Loro, e che noi docenti, adulti, educatori rappresentiamo per loro, giovani, studenti, un universo altro, così come per Noi un universo altro sono Loro, è altrettanto convinta che in questa diversità, ci influenziamo gli uni gli altri senza perdere le nostre specificità. Ancora una volta, dunque cerco di entrare nel loro mondo senza uscire dal mio.
Mi siedo, prima in prima fila, ma loro naturalmente sono tutti dietro, allora mi sposto posizionandomi in mezzo a loro. Questa novità, che oggi sarà presente un esperto, a qualcuno suscita curiosità, ad altri rimane del tutto indifferente, altri ancora affermano: “finalmente posso dormire” affermazione identica ogni volta che viene proposta un’attività extra-didattica.
Ascolto, qualcuno rimane perplesso dello stile pacato della dott.sa Raffagnino, un altro gioca con entrambe le mani con due telefonini, altri ascoltano con interesse. Qualcuno sostiene di non amare il genere di attività, parlare di sé, ma quanto in questa breve affermazione si è già rivelato!  Lo rassicuro, non deve fare ciò che non vuole, neanch’io parlo di me.
Ma la vita irrompe nella stanza, la distanza tra loro e la scuola si accorcia sempre più in queste ore. L’argomento è interessante e coinvolgente, si presta ad associazioni di esperienze conosciute o vissute; sono le emozioni a prevalere: “sono d’accordo, non lo sono, è giusto non è giusto, fa male, non fa male ecc” La docente offre loro brevi spiegazioni teoriche, i ragazzi seguono, ma allentano la concentrazione se la teoria prevale sulla vita vissuta.
La psicologa riporta esempi di casi da lei seguiti, si ristabilisce l’attenzione. È un gioco sottile di equilibrio tra dimensione pratica e dimensione teorica dell’esistenza, lo devo sempre tener presente, quando affronto la dialettica hegeliana, altrimenti rischio di essere troppo poco prof, o di esserlo troppo.
Li osservo, li ascolto, questi studenti, talvolta pulcini travestiti da uomini, talvolta adulti ancora in fieri, talvolta ragazzi più uomini e donne di noi adulti.
Si alternano in me percezioni diverse, oscillo tra lo stupore di ascoltare individui che pensavo di conoscere, ma che oggi manifestano un aspetto diverso del loro io; sento ancora: tenerezza, rispetto, vicinanza e anche distanza emotiva. Sentimenti contrastanti, veri, vissuti.
Di fronte a tanto movimento interiore sorge spontanea una riflessione: cosa sono io per loro? Riuscirò a svolgere il mio compito nel modo migliore?, per alcuni sarò troppo fredda, per altri troppo materna, per altri ancora troppo curiosa, per altri troppo direttiva, per altri ancora una brava insegnante.
Questo tempo scolastico, un po’ diverso da quello tradizionale, mi induce a riflettere sugli innumerevoli significati che ogni situazione produce da chi la vive.
Non ci sono verità assolute, come non c’è un unico modo di intendere le relazioni.
Ogni contesto produce significati; oggi, in classe si è voluto portare un aspetto della vita, un problema condiviso dai più, attraverso un’articolazione logica, senza dimenticare di essere a scuola. Ognuno reca un contributo diverso dall’altro ma indispensabile per cogliere il senso di questo incontro, valorizzare l’autenticità di ogni persona presente.
Continuo ad osservare, i ragazzi ascoltano attentamente, comunicano con gli sguardi o con le parole, questi scambi non indicano disinteresse per l’argomento, ma intensificazione di rapporti, di reciprocità tra loro, è il loro modo di stare dentro questa situazione. Emblematico il caso di colui che gioca mentre si parla di dipendenza dai videogiochi, o di colui che non vuole parlare di sé, ma che pubblicamente dichiara una verità personale, o di chi dice di voler dormire e parla continuamente con il compagno dell’argomento. Come dicevo è un gioco sottile quello dell’equilibrio in classe.
I significati manifesti non sono mai quelli reali, ve ne sono altri più profondi, taciti, sta a Noi, non fermarsi all’apparenza.
Direi che l’obbiettivo di rendere i ragazzi protagonisti di questo incontro è stato pienamente raggiunto, sono stati Loro, infatti, a scegliere come vivere in questo contesto.
Sono uscita serena e ottimista, è vero la scuola sembra fallire spesso, ma quando vivi certe giornate, cogli pienamente il senso di questo luogo. La contraddizione che fa parte della nostra vita non può non far parte della scuola, ecco perché ci sarà sempre lo studente che gioca a videogames durante il dibattito sulle dipendenze, ecco perché ci sarà ostinazione a non voler parlare di sé anche se se ne ha una gran voglia, ecco perchè io mi affaticherò sempre con la dialettica hegeliana, ma è anche vero che ogni volta che sentirò di aver comunicato mi sentirò tremendamente bene.
L’incontro sulle dipendenze è riuscito pienamente nel suo intento: attivare una comunicazione autentica e feconda tra gli abitanti dell’universo scolastico. Tra e Loro e Noi.
Ma tutto ciò è solo una mia lettura di questa giornata, importante a questo punto dare loro la parola, ascoltare la loro voce……                

 
             
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